Cari lettori,
Nell’epoca in cui tutto scorre dentro uno schermo, parlare di creatività sembra quasi un anacronismo. Eppure, mai come oggi, recuperare un gesto manuale, un suono reale, un tratto di matita imperfetto, è diventato una forma di resistenza culturale. Non un passatempo, non una fuga, ma un modo diverso di abitare il tempo, di riconquistare spazi interiori che l’iperconnessione ci ha lentamente sottratto.

Ogni settimana, iniziative dedicate al benessere digitale propongono piccole sfide, come sostituire un’ora di scroll compulsivo con un’attività creativa. Dipingere, scrivere, ballare, cucire, improvvisare una melodia. Idee che a molti possono sembrare ingenue, quasi infantili. Ma lo sono davvero? Forse no, se guardiamo più a fondo.
La verità è che la creatività non è evasione: è un modo di esserci. Non chiede performance, non cerca applausi. Chiede presenza. Ci impone una lentezza che il digitale non tollera. È ascoltare il foglio bianco prima ancora di scriverci sopra, restare in silenzio per comprendere cosa vogliamo creare, inciampare in un’idea sbagliata e lasciarla lì, come parte del processo. È un tempo che sfida l’accelerazione, un ritmo che contraddice quello degli algoritmi.

Quello che accade mentre creiamo non è semplicemente “rilassante”: è trasformativo. Gli studi ci raccontano che attività artistiche e manuali abbassano i livelli di stress e riportano ordine nel caos mentale. Ma c’è qualcosa che la scienza non può misurare: la sensazione di tornare padroni della propria attenzione. Nel momento in cui realizziamo qualcosa di nostro, per noi, senza filtri né pubblico, interrompiamo per un attimo la logica del consumo infinito. Non siamo più spettatori che scorrono, ma esseri umani che producono senso.

In un mondo che non ci concede pause, in cui ogni silenzio viene riempito da una notifica, forse l’aspetto più difficile è proprio l’incontro con il vuoto. Quel vuoto che non sappiamo più gestire, che ci spaventa al punto da cercare rifugio nel rumore digitale. Ma è proprio lì che la creatività diventa preziosa: perché ci chiede di abitare quello spazio che gli schermi, con la loro promessa di stimoli incessanti, hanno reso quasi estraneo.
Recuperare un hobby — che sia una poesia storta, un acquerello sbavato, una sciarpa iniziata e mai finita — è un gesto rivoluzionario proprio perché non serve a nulla. Non produce profitto. Non genera like. Non diventa contenuto. È una dichiarazione di indipendenza dal ritmo imposto dall’esterno: “questo lo faccio per me”. Un messaggio semplice, ma potentissimo.
E allora forse ha senso accettare la sfida: dedicare ogni giorno qualche minuto a un’attività creativa. Non per diventare artisti, non per mostrare qualcosa agli altri, non per aggiornare un profilo. Ma per ascoltare ciò che sentiamo, per elaborare pensieri che nel flusso digitale restano sospesi, per concederci un tempo che nessuno reclama tranne noi stessi.

Creare diventa così una pedagogia del sé, una forma discreta di cura. Non richiede talento, soltanto disponibilità. Basta un foglio, un’idea, una melodia mormorata male, un colore lasciato sbavare apposta. Nessuno giudicherà il risultato, perché il valore sta nel processo: nel respiro che rallenta, nella mente che si concentra, nella possibilità di ritrovare un ritmo che ci somiglia.
Alla fine, tornare a creare non significa rifiutare la tecnologia, ma reimparare a esistere anche fuori da essa. Significa ricordarsi che la vita non scorre solo nei feed, ma anche nelle mani che toccano, negli occhi che osservano, nei gesti che non hanno bisogno di essere condivisi.
E forse, in un’epoca che ci vuole eternamente connessi, la più grande forma di libertà è permetterci un momento di silenzio per creare qualcosa di nostro.
Per ricordarci, semplicemente, che siamo vivi.




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