Cari lettori,
immaginiamo una situazione quotidiana: siamo al parco, a scuola, su un autobus, in un ristorante. Un bambino gioca, corre, parla con i genitori. Intorno a lui ci sono decine di persone.
Qualcuno indossa un paio di occhiali.
Non tiene in mano uno smartphone. Non sembra scattare fotografie. Non punta una telecamera.
Eppure potrebbe stare registrando.
È questa una delle nuove domande che l'evoluzione degli smart glasses porta con sé: cosa succede quando una tecnologia capace di fotografare, filmare, ascoltare, riconoscere e interagire con l'intelligenza artificiale diventa praticamente invisibile nella vita quotidiana?
Il problema non è soltanto tecnologico.
È soprattutto sociale, educativo e culturale.
Gli occhiali intelligenti di nuova generazione vengono presentati anche come strumenti capaci di permettere alle persone di vivere maggiormente il momento: fotografare senza prendere in mano il telefono, ricevere informazioni, ascoltare contenuti, utilizzare funzioni basate sull'intelligenza artificiale.
È una prospettiva interessante.
Ma ogni nuova possibilità porta con sé anche una domanda che dovremmo porci prima, e non dopo:
che cosa succede quando quella stessa tecnologia viene utilizzata senza che le persone intorno a noi se ne accorgano?
Il punto non è demonizzare gli smart glasses
La tecnologia indossabile può avere applicazioni molto utili.
Nel testo da cui prendiamo spunto viene ricordato, per esempio, il potenziale degli occhiali intelligenti come tecnologia assistiva per le persone con disabilità visive: riconoscere ostacoli, leggere testi e trasformarli in informazioni audio può contribuire concretamente all'autonomia.
Questo è un aspetto importante.
Perché quando parliamo di sicurezza digitale non possiamo ragionare secondo uno schema semplicistico: tecnologia uguale pericolo.
La tecnologia può aiutare, includere, rendere più autonome le persone e migliorare la vita quotidiana.
La domanda corretta è un'altra:
come facciamo a costruire tecnologie utili senza lasciare scoperti i diritti delle persone che si trovano intorno a chi le utilizza?
Ed è proprio qui che la questione dei bambini diventa particolarmente delicata.
Un bambino potrebbe non sapere di essere davanti a una telecamera
Con uno smartphone, almeno in molte situazioni, la presenza di una fotocamera è visibile.
Una persona solleva il telefono.
Inquadra.
Scatta.
Con gli occhiali intelligenti la situazione può essere molto diversa.
Nel caso degli occhiali di Meta citato nell'articolo, una piccola luce sulla montatura segnala quando è in corso una registrazione. Ma il problema sollevato è che una persona potrebbe non accorgersene, soprattutto in un ambiente affollato e considerando quanto sia ancora nuova questa modalità di interazione con la tecnologia.
E qui emerge una questione fondamentale:
un indicatore tecnico è sufficiente quando dall'altra parte ci sono bambini che non hanno scelto di essere ripresi?
La risposta non può essere affidata soltanto alla capacità individuale di accorgersene.
Un bambino non può controllare chi lo sta filmando.
Non può verificare se un dispositivo apparentemente innocuo stia registrando.
Non può decidere quali immagini vengano conservate, condivise, elaborate o eventualmente utilizzate successivamente.
Nell'era dell'intelligenza artificiale, una fotografia non è più soltanto una fotografia
È forse questo il cambiamento più importante.
Un'immagine acquisita oggi può essere utilizzata all'interno di sistemi tecnologici sempre più sofisticati.
Il testo di partenza richiama un rischio particolarmente grave: immagini di bambini, comprese fotografie pubblicate online, possono diventare materiale utilizzabile per generare contenuti sessualmente abusivi attraverso l'intelligenza artificiale.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto dove viene scattata una fotografia.
Riguarda anche ciò che può accadere dopo.
Una volta che un'immagine viene acquisita, la persona fotografata perde in parte il controllo sulla sua circolazione e sulle possibili trasformazioni successive.
Per questo la protezione dei minori nell'ambiente digitale non può limitarsi alla pubblicazione sui social.
Deve partire molto prima.
Dalla possibilità stessa di acquisire un'immagine.
La privacy dei bambini non può dipendere soltanto dal buon senso
Una delle questioni sollevate nel dibattito è proprio quella della responsabilità.
Quanto deve essere lasciato alla responsabilità individuale?
E quanto, invece, deve essere previsto direttamente nella progettazione della tecnologia?
Dire alle persone di non utilizzare impropriamente uno strumento è importante.
Ma può non essere sufficiente.
La sicurezza dovrebbe essere incorporata nel funzionamento stesso del dispositivo.
Un po' come accade con altri strumenti che utilizziamo ogni giorno: non ci affidiamo soltanto alla buona volontà dell'utilizzatore, ma costruiamo sistemi, regole e segnali che riducono il rischio.
Per gli smart glasses questo potrebbe significare, per esempio, rendere immediatamente riconoscibile la registrazione, attraverso segnali visivi e, dove appropriato, anche acustici.
Non per rendere impossibile utilizzare la tecnologia.
Ma per rendere impossibile, o almeno molto più difficile, che una registrazione avvenga senza che le persone intorno abbiano la possibilità di accorgersene.
Scuole e luoghi educativi stanno già ponendo il problema
Nel testo viene ricordato che alcune strutture educative hanno scelto di vietare l'utilizzo degli smart glasses proprio per le preoccupazioni legate alle riprese non autorizzate.
Anche questo ci dice qualcosa.
Quando una tecnologia arriva nello spazio educativo, non basta chiedersi cosa può fare.
Dobbiamo chiederci anche:
- chi può essere ripreso;
- chi può accedere alle immagini;
- dove vengono conservate;
- per quanto tempo;
- come vengono utilizzate;
- quali informazioni possono essere elaborate dall'intelligenza artificiale;
- come vengono tutelati i minori;
- quali possibilità hanno genitori, insegnanti e bambini di comprendere ciò che sta accadendo.
Sono domande che dovrebbero entrare nella nostra alfabetizzazione digitale.
Perché oggi educare all'uso della tecnologia non significa più soltanto insegnare a usare un'app.
Significa comprendere che cosa accade quando la tecnologia entra nello spazio fisico che condividiamo con gli altri.
Non possiamo trasformare ogni persona in un investigatore
C'è però un altro rischio.
Se la tecnologia diventa sempre più discreta, potremmo finire per vivere in una società nella quale ciascuno deve continuamente chiedersi:
"Quella persona mi sta fotografando?"
"Quegli occhiali stanno registrando?"
"Questa immagine finirà da qualche parte?"
Non è una prospettiva particolarmente sostenibile.
La sicurezza non può essere costruita obbligando ogni cittadino a diventare esperto di tecnologia.
Deve essere costruita attraverso design responsabile, regole chiare, trasparenza, educazione e responsabilità condivisa.
È qui che entra in gioco il concetto di safety by design: progettare considerando fin dall'inizio anche gli utilizzi impropri e i possibili danni.
Non aspettare che il problema si manifesti.
Anticiparlo.
E l'intelligenza artificiale rende tutto ancora più urgente
L'intelligenza artificiale sta trasformando il significato stesso delle immagini.
Per molto tempo abbiamo pensato alla fotografia come a una rappresentazione di qualcosa che è realmente accaduto.
Oggi un'immagine può essere modificata, ricostruita, combinata, trasformata o utilizzata come elemento per produrre contenuti completamente nuovi.
Questo non significa che ogni fotografia sia pericolosa.
Significa però che il valore dei dati visivi e il rischio di perderne il controllo sono cresciuti enormemente.
Quando il soggetto fotografato è un minore, il livello di attenzione deve essere ancora maggiore.
La domanda non dovrebbe essere soltanto:
"Posso farlo?"
Ma anche:
"È rispettoso farlo?"
E ancora:
"Cosa potrebbe succedere a questa immagine dopo che l'ho acquisita?"
Sono domande semplici, ma rappresentano una forma concreta di cittadinanza digitale.
La vera innovazione è quella che protegge anche chi non ha scelto di partecipare
Il futuro non dovrebbe essere una gara a rendere ogni dispositivo sempre più invisibile.
Dovrebbe essere una gara a renderlo sempre più responsabile.
Gli smart glasses possono avere funzioni interessanti.
L'intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario.
Ma innovare non significa soltanto aggiungere funzionalità.
Significa anche prevedere conseguenze, proteggere i più vulnerabili e rispettare le persone che si trovano dall'altra parte della tecnologia.
Soprattutto quando si parla di bambini.
Perché un bambino non dovrebbe essere costretto a capire quale tecnologia sta utilizzando un adulto per poter difendere la propria privacy.
La privacy dei minori deve essere una responsabilità degli adulti, delle aziende, delle istituzioni e della società nel suo insieme.
E anche noi, come adulti, dobbiamo imparare a porci una domanda prima di utilizzare una nuova tecnologia:
se questa innovazione permette di fare qualcosa senza essere visti, siamo sicuri che sia anche giusto poterlo fare senza essere notati?
La tecnologia deve continuare a evolversi.
Ma insieme alla tecnologia deve evolversi anche la nostra capacità di usarla con consapevolezza.
Perché non tutto ciò che possiamo registrare deve necessariamente essere registrato.
E soprattutto, quando davanti a noi c'è un bambino, il diritto di vivere un momento senza diventare inconsapevolmente contenuto digitale dovrebbe venire prima della nostra possibilità di catturarlo.
IoStaccoLaSpina APS crede in una tecnologia che sia uno strumento nelle nostre mani, non qualcosa che ci sottragga il controllo della nostra vita, delle nostre immagini e delle nostre relazioni.
A presto!
#IoStaccoLaSpina #BenessereDigitale #SmartGlasses #OcchialiIntelligenti #Meta #IntelligenzaArtificiale #AI #Privacy #PrivacyDigitale #Minori #SicurezzaOnline #SicurezzaDigitale #Bambini #TutelaDeiMinori #EducazioneDigitale #CittadinanzaDigitale #TecnologiaConsapevole #DigitalWellbeing #SafetyByDesign #DirittiDigitali #ConsapevolezzaDigitale #Genitori #Scuola #OnlineSafety









