In un’epoca in cui bambini e ragazzi passano sempre più tempo davanti a uno schermo, scegliere il movimento, lo sport e la relazione diventa un atto educativo potente.
Per questo vogliamo sostenere e promuovere con convinzione la Scuola Calcio completamente gratuita organizzata da ASD Vigor Mellis, un progetto straordinario rivolto a ragazze e ragazzi dai 6 ai 14 anni, pensato per offrire un’opportunità concreta di crescita, inclusione e benessere.
Allenarsi, stare all’aria aperta, imparare il gioco di squadra, confrontarsi con gli altri, rispettare le regole e costruire fiducia in sé stessi:
👉 tutto ciò è digital detox reale, non teorico. 👉 tutto ciò aiuta i ragazzi a riconnettersi con il corpo, le emozioni e le relazioni vere.
Lo sport non è solo attività fisica: è educazione, è prevenzione, è futuro.
Un progetto accessibile, guidato da professionisti ed ex calciatori, che mette i ragazzi al centro, soprattutto quelli che hanno meno possibilità. Un’occasione preziosa per staccare la spina dalla tecnologia e riaccendere la passione per la vita reale.
Il nostro consiglio ai genitori? Iscrivete i vostri figli. Regalate loro tempo vero, movimento, amicizie e sorrisi.
Perché crescere bene significa anche imparare a spegnere uno schermo… e accendere un pallone.
Negli ultimi anni, gli schermi sono entrati silenziosamente nella quotidianità delle famiglie, diventando una presenza costante fin dai primi mesi di vita. Televisori, tablet e smartphone non sono più strumenti occasionali, ma elementi strutturali dell’ambiente domestico. Di fronte a questa trasformazione profonda, sta emergendo una domanda sempre più urgente: come accompagnare i bambini più piccoli nel mondo digitale senza compromettere il loro sviluppo?
Proprio a partire da questa esigenza, si va delineando un nuovo orientamento culturale che mira a fornire ai genitori indicazioni chiare sull’uso degli schermi nei primi anni di vita. L’obiettivo non è proibire, ma guidare. Non demonizzare la tecnologia, ma comprenderne l’impatto sullo sviluppo cognitivo, linguistico ed emotivo dei bambini sotto i cinque anni.
Le ricerche più recenti mostrano un dato difficilmente ignorabile: la stragrande maggioranza dei bambini molto piccoli entra in contatto quotidiano con uno schermo, spesso già prima dei due anni di età. Questa esposizione precoce, se non mediata, sembra correlata a difficoltà nella concentrazione, nella comunicazione verbale e nella capacità di sostenere interazioni prolungate. In particolare, è stato osservato che i bambini con un tempo di esposizione molto elevato tendono a utilizzare un numero significativamente inferiore di parole rispetto ai coetanei che trascorrono meno tempo davanti agli schermi.
Non si tratta di una condanna tecnologica, ma di una constatazione culturale: i primi anni di vita sono un tempo sensibile, in cui il cervello si struttura attraverso il corpo, lo sguardo, la relazione diretta. I bambini imparano osservando le espressioni facciali, ascoltando le voci, imitando i gesti, sperimentando il gioco libero. Quando lo schermo prende il posto di queste esperienze, il rischio non è tanto l’apprendimento digitale in sé, quanto la sottrazione di occasioni fondamentali di sviluppo.
Un altro aspetto che emerge con forza è la disuguaglianza sociale. Le famiglie con maggiori risorse economiche e culturali tendono a compensare l’uso degli schermi con un numero più elevato di interazioni verbali quotidiane, letture condivise e attività educative. Al contrario, in contesti più fragili, lo schermo rischia di diventare un sostituto della relazione, un calmante immediato che però lascia vuoti profondi nel lungo periodo. Questo dato apre una riflessione più ampia: l’educazione digitale non è solo una questione tecnologica, ma anche sociale e culturale.
Da qui nasce la necessità di linee guida che aiutino i genitori a orientarsi. Non regole rigide, ma indicazioni pratiche: come scegliere contenuti adeguati, come accompagnare il bambino durante l’uso dello schermo, come proporre alternative offline che stimolino linguaggio, immaginazione e movimento. La tecnologia, infatti, può essere anche uno strumento di condivisione: una storia letta insieme su un dispositivo, un gioco educativo svolto in modo partecipato, un’occasione per parlare e spiegare.
Il vero nodo non è lo schermo in sé, ma l’uso che se ne fa e il tempo che gli si concede. Quando il digitale riempie ogni spazio vuoto, sostituendo il silenzio, la noia e l’attesa, priva i bambini di esperienze fondamentali per la costruzione del sé. Il silenzio, spesso percepito come un problema, è in realtà uno spazio fertile: è lì che nascono il pensiero, la curiosità, la creatività.
Questa riflessione si inserisce in un dibattito più ampio sul rapporto tra infanzia e tecnologia, che coinvolge anche la scuola e gli spazi educativi. Sempre più spesso si discute della necessità di limitare l’uso degli smartphone durante le attività scolastiche, per proteggere l’attenzione e favorire una presenza più piena all’apprendimento. Non perché la tecnologia sia nemica della conoscenza, ma perché l’apprendimento richiede tempi lenti, continuità, profondità: tutte dimensioni messe in crisi dall’iperconnessione.
Crescere nell’era digitale significa, dunque, affrontare una complessità nuova. Non esistono soluzioni semplici né risposte universali. Ma una consapevolezza sta emergendo con forza: i bambini non hanno bisogno di più schermi, hanno bisogno di adulti presenti. Adulti capaci di accompagnare, spiegare, contenere. Adulti disposti a interrogarsi sulle proprie abitudini digitali, perché l’esempio resta il primo e più potente strumento educativo.
Forse la vera sfida culturale del nostro tempo non è insegnare ai bambini a usare la tecnologia, ma insegnare agli adulti a usarla con misura. Perché il benessere digitale, soprattutto nei primi anni di vita, non si costruisce spegnendo tutto, ma imparando a scegliere quando accendere e quando, semplicemente, tornare a guardarsi negli occhi.
Ci sono condivisioni che non sono solo un gesto di visibilità, ma un vero segnale di allineamento di valori.
Per questo desidero ringraziare di cuore la Fondazione Olitec per aver condiviso sui propri canali social il mio articolo:
“Tra umano e tecnologia: educare alla consapevolezza nell’era digitale”
Veder riconosciuto e rilanciato questo messaggio da una realtà che lavora ogni giorno per promuovere cultura, innovazione e responsabilità nel digitale è per me motivo di profonda gratitudine.
Oggi viviamo in una società iperconnessa, dove tutto è veloce, misurabile, ottimizzato. Ma ciò che spesso manca è lo spazio per fermarsi, ascoltare, riflettere. La tecnologia non è il problema: lo diventa quando smette di essere uno strumento e inizia a sostituirsi alle relazioni, al tempo, alla presenza.
Con IoStaccoLaSpina e con il mio lavoro, porto avanti una visione chiara: 👉 la tecnologia deve servire la vita, non consumarla. 👉 deve amplificare l’umano, non oscurarlo.
La condivisione di questo articolo dimostra che sempre più persone, enti e comunità sentono il bisogno di ripensare il rapporto con il digitale in modo più sano, consapevole e sostenibile.
Parlare di benessere digitale oggi significa:
tutelare la salute mentale,
educare alla responsabilità,
restituire valore al tempo,
proteggere le relazioni autentiche,
costruire comunità più presenti e più umane.
Grazie alla Fondazione Olitec per aver scelto di dare voce a questo messaggio. Ogni condivisione è un seme. E ogni seme, se coltivato, può diventare cambiamento.
mi chiamo Letizia Basile.
Sono presidente dell’associazione IoStaccoLaSpina APS, lavoro da anni sul tema del benessere digitale, dell’educazione all’uso consapevole della tecnologia e del diritto alla disconnessione.
Scrivo questo articolo per lanciare un avvertimento chiaro:
la tecnologia sta cambiando profondamente l’infanzia, e lo sta facendo molto più velocemente della nostra capacità di comprenderne gli effetti.
In Italia, come nel resto d’Europa, stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma radicale. Gli schermi sono entrati nella vita dei bambini sempre prima, spesso senza una reale progettualità educativa e senza strumenti di tutela per famiglie e scuole.
Oggi vediamo bambini molto piccoli che utilizzano tablet e smartphone con estrema naturalezza, ragazzi che trascorrono ore davanti agli schermi fuori dall’orario scolastico, scuole che introducono dispositivi digitali senza un adeguato accompagnamento pedagogico. Tutto questo viene spesso giustificato con una promessa: “serve per il futuro”.
Ma stiamo davvero preparando i bambini al futuro o li stiamo privando del presente?
Una trasformazione che genera quattro crisi
L’uso precoce, intenso e non mediato della tecnologia sta contribuendo a quattro grandi aree di criticità.
1. Salute mentale
Sempre più bambini e adolescenti mostrano segnali di ansia, difficoltà di attenzione, irritabilità, insonnia, isolamento. La stimolazione continua, la mancanza di pause e la dipendenza dalla gratificazione immediata hanno un impatto diretto sullo sviluppo emotivo.
2. Apprendimento
L’aumento degli strumenti digitali non ha portato automaticamente a un miglioramento delle competenze di base. Al contrario, si osservano difficoltà crescenti nella lettura, nella scrittura, nel ragionamento profondo. La tecnologia, se non integrata con criterio, rischia di sostituire l’apprendimento invece di sostenerlo.
3. Creatività
La creatività nasce dal gioco libero, dalla noia, dall’immaginazione. Quando ogni spazio vuoto viene riempito da uno schermo, i bambini fanno più fatica a inventare, a sperimentare, a “fare finta”. Senza immaginazione non c’è innovazione.
4. Cittadinanza e pensiero critico
Un’esposizione continua a contenuti selezionati da algoritmi riduce la capacità di formarsi un’opinione autonoma, di riconoscere bias e di sviluppare senso critico. Questo non riguarda solo i bambini: riguarda il futuro della nostra società.
Il punto non è demonizzare la tecnologia
La tecnologia non è il nemico.
Il problema è l’assenza di limiti, di consapevolezza e di progettazione umana.
Molti genitori provano a proteggere i figli, ma si trovano soli: bloccano app a casa, mentre i dispositivi scolastici permettono l’accesso; cercano di rimandare smartphone e social, ma subiscono una pressione sociale fortissima.
Per questo IoStaccoLaSpinaAps nasce come spazio di supporto, formazione e azione concreta. Non per tornare indietro, ma per andare avanti meglio.
Vogliamo bambini che crescano con la tecnologia, sì, ma dopo aver vissuto pienamente l’infanzia.
Continua la nostra collaborazione sui temi del digitale consapevole
Siamo felici di annunciare che prosegue il percorso condiviso con Danilo Trippetta, un lavoro fatto di confronto, visione e responsabilità su uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto tra tecnologia, società e tutela dei minori.
I nostri e-book condivisi nascono da un’esigenza comune: andare oltre gli slogan e le semplificazioni, per aprire uno spazio di riflessione autentica sul digitale che abitiamo ogni giorno. Non per demonizzarlo, ma per rimetterlo al suo posto. Non per fermare il progresso, ma per renderlo umano.
Crediamo che oggi la vera sfida non sia l’accesso alla tecnologia, ma la consapevolezza. Bambini e adolescenti non hanno bisogno di più schermi, ma di adulti presenti, capaci di accompagnare, spiegare, scegliere. Di costruire confini che proteggano senza isolare, e regole che educano senza punire.
Questo lavoro editoriale condiviso è parte della nostra missione: diffondere una cultura digitale che metta al centro la persona, le relazioni, il tempo reale. Una cultura che insegni che disconnettersi non significa scomparire, ma imparare a esserci davvero.
Continueremo a scrivere, confrontarci e costruire strumenti utili per famiglie, scuole e comunità.
Perché il cambiamento non passa solo dalle leggi, ma da una nuova responsabilità collettiva.
viviamo e lavoriamo in un mondo sempre connesso, dove la linea tra tempo professionale e personale è sempre più sottile. Notifiche continue, riunioni digitali, chat aziendali e iper-disponibilità stanno trasformando il modo di lavorare, spesso a discapito del benessere, della concentrazione e della qualità delle relazioni.
Global Unplug nasce per aiutare aziende e organizzazioni a fermarsi, ripensare il rapporto con il digitale e rimettere le persone al centro.
Siamo la divisione corporate di IoStaccoLaSpina APS e portiamo nel mondo aziendale un metodo strutturato di digital detox consapevole, pensato non come rinuncia alla tecnologia, ma come uso più sano, intenzionale ed efficace.
Progettiamo eventi aziendali, team building, incentive e percorsi di formazione sul benessere digitale, completamente personalizzati, indoor e outdoor. Ogni esperienza è costruita sulle reali esigenze dell’organizzazione e dei team, con l’obiettivo di ridurre stress e sovraccarico digitale, migliorare la presenza, rafforzare la collaborazione e favorire relazioni più autentiche.
Crediamo che disconnettersi oggi sia una scelta strategica, capace di generare valore concreto: persone più lucide, team più coesi, ambienti di lavoro più sostenibili.
E quando la disconnessione è condivisa, l’impatto è ancora più profondo.
Viviamo in un tempo in cui essere sempre reperibili è diventato la norma. Email che arrivano a ogni ora, chat che non si spengono mai, notifiche che interrompono pensieri, relazioni, momenti di riposo. La tecnologia, nata per semplificarci la vita, ha progressivamente colonizzato il nostro tempo mentale.
Il problema non è il digitale in sé, ma l’assenza di confini. Senza limiti chiari, l’iperconnessione genera affaticamento cognitivo, riduce la capacità di concentrazione e rende più fragile il nostro equilibrio emotivo. Sempre più persone sperimentano una stanchezza costante, difficoltà decisionali, senso di urgenza permanente. È il burnout digitale, spesso invisibile ma profondamente impattante.
Oggi si parla molto di intelligenza artificiale, automazione, smart city. Ma la vera innovazione non può prescindere da una domanda fondamentale: questa tecnologia migliora davvero la vita delle persone?
Un digitale evoluto non è quello che accelera tutto, ma quello che sa rallentare quando serve, che protegge l’attenzione, che restituisce spazio alla relazione umana, al pensiero profondo, alla qualità del tempo.
Imparare a disconnettersi non significa rinunciare al progresso. Significa governarlo. Significa costruire un futuro in cui la tecnologia lavora per l’uomo e non il contrario. Un futuro in cui il benessere non è un effetto collaterale, ma un obiettivo progettuale.