Cari lettori,
ci sono ragazzi che sanno scorrere uno schermo prima ancora di saper allacciarsi le scarpe. Bambini che imparano a riconoscere un’icona prima di riconoscere un’emozione. Adolescenti che abitano mondi virtuali con disinvoltura, ma che fanno fatica a sostenere uno sguardo reale.
Non sono “inermi vittime” della tecnologia. Sono figli di una società che, senza volerlo, ha delegato allo schermo una parte enorme dell’educazione emotiva. Lo abbiamo fatto per stanchezza, per paura, per mancanza di tempo. Abbiamo affidato loro una tata silenziosa, sempre disponibile, capace di intrattenere, calmare, distrarre. Una tata che non chiede, non contraddice, non mette limiti.

E così, lentamente, abbiamo tolto spazio all’attesa, alla frustrazione, al confronto. Abbiamo sostituito il silenzio con il rumore, la relazione con la connessione, la presenza con la reperibilità.
Oggi vediamo il risultato: ragazzi stanchi senza aver vissuto, arrabbiati senza sapere perché, pieni di stimoli ma poveri di senso. Ragazzi che oscillano tra apatia e rabbia, tra isolamento e violenza. Ragazzi che faticano a riconoscersi come esseri umani, perché nessuno ha insegnato loro a stare con se stessi senza uno schermo a mediare ogni emozione.
La tecnologia non ha creato il vuoto. Ha semplicemente riempito quello che già c’era. Una società che corre, famiglie stremate, adulti sempre occupati, sempre connessi, ma sempre più lontani. Abbiamo scambiato la comodità per cura, la distrazione per amore, l’intrattenimento per presenza.
Molti genitori lo dicono sottovoce: “Con il telefono si calma.”
Ma a calmarsi è solo il rumore esterno. Dentro, spesso, resta un’inquietudine che non trova parole.


I ragazzi di oggi vivono in una contraddizione profonda: sono iperconnessi eppure soli, informati eppure confusi, esposti a tutto ma preparati a poco. Sanno tutto di tutti, ma non sanno chi sono. Conoscono il mondo, ma non si sentono parte di esso.
E quando l’angoscia non trova spazio per essere ascoltata, diventa rabbia. Quando la solitudine non viene riconosciuta, si trasforma in violenza. Quando il dolore non viene accolto, cerca una via d’uscita in gesti estremi, in silenzi pericolosi, in grida che nessuno sente.
Non possiamo continuare a chiedere ai ragazzi di “resistere” in un mondo che non li accoglie. Non possiamo colpevolizzarli per un sistema che abbiamo costruito noi, a misura di adulti stanchi e di algoritmi veloci.
La verità è scomoda: non sono loro ad essere fragili. È fragile la cultura che li ha cresciuti senza tempo, senza radici, senza spazi di ascolto autentico.
Serve una rivoluzione lenta. Umana. Silenziosa.
Serve tornare a guardare negli occhi. A fare domande senza pretendere risposte immediate. A stare, anche quando è scomodo. A insegnare che la noia non è un nemico, ma una porta. Che il silenzio non è vuoto, ma spazio.
È da questa consapevolezza che nasce il lavoro della nostra associazione: creare luoghi, reali e simbolici, in cui spegnere il rumore e riaccendere la presenza. Non contro la tecnologia, ma per restituirle il suo posto. Non come rifugio, ma come strumento. Non come madre, ma come mezzo.
Perché i ragazzi non hanno bisogno di più connessione.
Hanno bisogno di più relazione.
Non di essere intrattenuti, ma visti.
Non di essere controllati, ma accompagnati.
E forse, se abbiamo il coraggio di fermarci, scopriremo che non sono solo loro ad aver bisogno di essere salvati.
Ma anche noi.

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