Cari lettori,
Quando parliamo di bambini e tecnologia, la prima domanda che ci viene in mente è quasi sempre la stessa: quanto tempo trascorrono davanti a uno schermo?
È una domanda importante, ma forse non è più sufficiente.
Perché venti minuti davanti a uno schermo non sono necessariamente uguali a venti minuti davanti a un altro. Un contenuto può accompagnare un bambino dentro una storia, lasciargli il tempo di osservare, fare domande, riconoscere un'emozione e collegare ciò che vede alla propria esperienza. Un altro può invece proporre immagini, suoni, cambi di scena e stimoli uno dopo l'altro, senza concedere quasi nessuna pausa.
L'orologio misura lo stesso tempo. Il bambino, però, non vive necessariamente la stessa esperienza.
Ed è proprio questo uno degli aspetti del rapporto tra infanzia e media digitali sul quale dovremmo iniziare a riflettere con maggiore attenzione: non soltanto quanto un contenuto dura o se è adatto all'età, ma a quale velocità chiede al bambino di guardare, ascoltare, capire e reagire.
Un bambino piccolo non ha ancora sviluppato le stesse capacità di attenzione e autoregolazione di un adulto. Sta imparando lentamente a seguire una storia, ad aspettare, a comprendere che un'emozione può durare, a collegare una situazione alla sua conseguenza. Ha bisogno di tempo per capire che un personaggio è triste, per chiedersi perché lo sia, per immaginare cosa potrebbe accadere dopo.
Se invece ogni emozione viene immediatamente sostituita da una nuova immagine, ogni momento di attesa viene riempito da un suono e ogni passaggio narrativo viene accelerato, il bambino può rimanere apparentemente concentrato senza avere realmente il tempo di elaborare ciò che sta vedendo.
Questo è il paradosso dei media molto veloci: possono catturare perfettamente l'attenzione senza necessariamente nutrirla.
Un bambino può guardare lo schermo con grande intensità e, nello stesso tempo, avere pochissimo spazio per pensare.
Per questo non possiamo più limitarci a distinguere i contenuti tra “educativi” e “non educativi”. Anche un contenuto che presenta informazioni corrette o propone un messaggio positivo può risultare poco efficace se il suo ritmo non permette al bambino di assimilare ciò che sta accadendo.
L'apprendimento, infatti, non avviene soltanto quando riceviamo un'informazione. Avviene anche quando abbiamo il tempo di fermarci, collegarla a qualcosa che già conosciamo, ripeterla, farci una domanda, parlarne con qualcuno.
Il tempo della comprensione è diverso dal tempo della stimolazione.
E questa differenza diventa ancora più importante in un ambiente digitale nel quale tutto tende a essere rapido: un'immagine lascia il posto alla successiva, una canzone comincia prima che sia terminata la precedente, una nuova ricompensa arriva prima che il bambino abbia elaborato quella appena ricevuta.
Il rischio non è semplicemente quello di “guardare troppo”.
È quello di abituarsi a un ambiente nel quale ogni pausa sembra un vuoto da riempire.
Ed è qui che entra in gioco anche la cosiddetta economia dell'attenzione. Molti ambienti digitali sono costruiti per mantenere l'utente coinvolto il più a lungo possibile, attraverso notifiche, ricompense, cambiamenti continui, suggerimenti e stimoli successivi. Questo modello, applicato all'infanzia, merita una riflessione particolare perché un bambino non è un adulto in miniatura: la sua attenzione è ancora in formazione e il suo rapporto con l'attesa, la frustrazione e la noia è ancora in costruzione.
E allora forse dovremmo smettere di considerare la noia come qualcosa da eliminare immediatamente.
Un bambino che si annoia può inventare un gioco. Può osservare ciò che ha intorno. Può fare una domanda. Può iniziare una conversazione. Può semplicemente imparare a stare con se stesso.
Il tempo vuoto non è necessariamente tempo perso.
Anzi, può essere uno spazio fondamentale per la crescita.
Questo non significa che tutto ciò che è veloce sia negativo e tutto ciò che è lento sia positivo. La velocità, in alcuni contenuti, può essere parte del divertimento, dell'avventura e della creatività. Il punto è un altro: il ritmo dovrebbe essere adeguato all'esperienza che vogliamo offrire al bambino e alla sua capacità di seguirla. I contenuti migliori non sono necessariamente quelli che tengono l'attenzione occupata senza sosta, ma quelli che permettono al bambino di completare un'esperienza, comprenderla e magari trasformarla in gioco, pensiero o relazione.
E qui il ruolo degli adulti diventa fondamentale.
Non si tratta soltanto di stabilire quanti minuti di schermo concedere. Possiamo chiederci anche: che cosa sta guardando mio figlio? A quale velocità? Ci sono pause? Può comprendere ciò che succede? Dopo averlo visto, ha voglia di raccontarmelo, riprodurlo, inventare qualcosa? Oppure passa immediatamente al contenuto successivo?
Sono domande semplici, ma cambiano completamente il modo di guardare al digitale.
Perché un buon ambiente digitale per l'infanzia non dovrebbe limitarsi a occupare un bambino, tenerlo tranquillo o catturare la sua attenzione. Dovrebbe rispettare il suo tempo, la sua curiosità, la sua capacità di comprendere e soprattutto la sua vita interiore.
I bambini non hanno bisogno di essere continuamente stimolati. Hanno bisogno anche di tempo per elaborare ciò che ricevono.
Come IoStaccoLaSpina APS crediamo che l'educazione digitale debba partire proprio da qui: non dalla demonizzazione degli schermi, ma dalla consapevolezza. Non chiediamoci soltanto quanto tempo un bambino trascorre online. Impariamo a osservare come quel tempo è costruito e che cosa lascia al bambino quando lo schermo si spegne.
Se gli lascia una storia da raccontare, una domanda da fare, un gioco da inventare, un'emozione da comprendere, allora la tecnologia può diventare uno strumento.
Se invece ogni contenuto serve soltanto a preparare il successivo, forse è arrivato il momento di rallentare.
Perché nell'infanzia c'è qualcosa che nessun algoritmo dovrebbe avere fretta di conquistare: il tempo necessario per diventare se stessi.
A presto!
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