mercoledì 28 gennaio 2026

Quando l’IA entra nella cameretta: i più piccoli sotto i sei anni e l’illusione dell’amicizia digitale


 

Cari lettori,

«Mio figlio non smette più di parlare con lui. Lo chiama “amico mio”.»

È una frase che potrebbe sembrare tenera, quasi rassicurante. E invece dovrebbe farci fermare. Respirare. Riflettere.
Perché quell’“amico” non è un compagno di giochi, non è un fratello, non è un adulto che si prende cura. È un giocattolo dotato di intelligenza artificiale. Un computer travestito da peluche. Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale ha fatto il suo ingresso silenzioso nelle camerette dei più piccoli. Non sotto forma di schermi freddi o dispositivi complessi, ma come orsacchiotti parlanti, pupazzi morbidi, razzi colorati che rispondono, ascoltano, imitano emozioni.

Sembrano amici. Si comportano come confidenti. E proprio per questo pongono una delle questioni più delicate del nostro tempo.I minori sotto i sei anni si trovano nella fase più fragile e decisiva dello sviluppo. È il tempo in cui il cervello si struttura attraverso lo sguardo dell’altro, la voce che risponde, il corpo che accoglie. Crescono grazie a relazioni vere, fatte di presenza, reciprocità, attesa, errore. È attraverso queste relazioni che imparano a riconoscere le emozioni, a fidarsi, a costruire legami, a sentirsi al sicuro nel mondo.
Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale “di compagnia” diventa problematica. I più piccoli hanno sempre creato legami con oggetti: peluche, bambole, personaggi immaginari. È un passaggio naturale, sano, creativo. Ma c’è una differenza profonda tra un orsetto muto e un giocattolo che parla, risponde, guida la conversazione. Con un peluche tradizionale è il piccolo a decidere tutto: cosa dice, cosa pensa, chi è. Il gioco nasce dall’immaginazione e cresce insieme a lui.


Con un giocattolo dotato di intelligenza artificiale, invece, il dialogo è guidato da un algoritmo. Le risposte arrivano dall’esterno. L’agenda non è più del minore.Il rischio non è solo tecnologico. È relazionale. Diversi studi mostrano che i più giovani tendono a percepire questi giocattoli come esseri vivi. Credono che abbiano sentimenti, che possano essere amici veri, che si offendano, che giudichino. Alcuni modificano il proprio comportamento per “piacere” al giocattolo. Quando un pupazzo dice: “Siamo migliori amici”, il bambino non ha ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per distinguere la simulazione dalla realtà. Non sa che quell’empatia è programmata. Non sa che quell’ascolto non è umano.

E mentre investe tempo, fiducia ed emozioni in una macchina, sottrae energia a ciò che è essenziale: le relazioni reali.Questi giocattoli sono progettati per una cosa precisa: catturare e mantenere l’attenzione. È la stessa logica che governa social network e videogiochi. Ma applicata alla prima infanzia, il costo è altissimo.In un’età in cui i più piccoli dovrebbero imparare a stare con gli altri, a gestire frustrazione, attesa e conflitto, vengono sedotti da un’interazione sempre disponibile, mai stanca, mai frustrante.Il risultato non è compagnia. È dipendenza emotiva. Negli ultimi anni si parla molto di “alfabetizzazione digitale”. Ma pensare che minori così giovani possano difendersi da tecnologie progettate da team di esperti di marketing e neuroscienze è semplicemente irreale. Non possiamo chiedere a un bambino di proteggersi da ciò che non può comprendere. La responsabilità è degli adulti. Delle istituzioni. Della società.

La storia ci insegna che le industrie non si autoregolano quando il profitto è in gioco. È già successo con il tabacco, con il cibo ultra-processato, con i social media. Sta succedendo di nuovo. Servono regole chiare su come e a chi questi prodotti possono essere venduti. Serve informazione. Serve una presa di posizione culturale forte che rimetta al centro il benessere dell’infanzia, non il mercato. Proteggere i più piccoli dall’uso precoce e invasivo dell’intelligenza artificiale non significa rifiutare il progresso. Significa riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto. I più giovani hanno bisogno di tempo lento, di gioco libero, di relazioni vere. Hanno bisogno di adulti presenti, non di giocattoli che fingono di esserlo. L’intelligenza artificiale non sarà l’ultima tecnologia a tentare di entrare nell’infanzia. Ma può essere la prima davanti alla quale scegliamo di dire: no, non così. Perché il futuro non si misura in innovazione, ma nella capacità di proteggere chi non ha ancora voce.
E su questo, come società, siamo tutti chiamati a rispondere.

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